La fine di Oak Street (2026)

Articolo a cura di Dani Ironfist

LA FINE DI OAK STREET (2026)

David Robert Mitchell è uno di quei registi che, fin dal primo film, hanno dimostrato di avere qualcosa da dire e, soprattutto, un modo molto personale per dirlo. Il suo esordio, “It Follows”, rimane per me uno dei migliori horror degli ultimi vent’anni e probabilmente anche qualcosa in più. Un film capace di prendere una premessa semplice e trasformarla in un incubo straniante, sospeso tra paura, paranoia e inquietudine, grazie a una regia elegante e a un’atmosfera difficilissima da dimenticare.

Poi è arrivato “Under the Silver Lake”, un film completamente diverso ma altrettanto affascinante, folle e stratificato, che ho adorato proprio per la sua capacità di perdersi nei meandri delle proprie ossessioni. Mitchell sembrava uno di quegli autori da seguire a prescindere, perché anche quando usciva dai territori dell’horror riusciva a costruire qualcosa di profondamente personale.

Ed è forse proprio per questo motivo che La fine di Oak Street mi ha lasciato addosso una certa delusione. Non perché sia un brutto film. Anzi. Il problema, almeno per me, è che da Mitchell mi aspettavo qualcosa in più.

Ci sono ancora quelle piccole schegge di regia che fanno immediatamente pensare al suo cinema: alcune inquadrature, determinati movimenti di macchina, il modo in cui costruisce la tensione e soprattutto quella capacità di far percepire qualcosa di anomalo anche quando, apparentemente, non sta succedendo nulla. Sono momenti nei quali si riconosce il regista di “It Follows” e “Under the Silver Lake”.

Il problema è che, questa volta, sembrano quasi lampi all’interno di un film che procede con un ritmo che ho trovato spesso troppo fiacco.

Il film racconta di un evento cosmico che trasporta un intero quartiere degli anni ’80 indietro di 200 milioni di anni. Una famiglia in crisi deve lottare per sopravvivere tra i dinosauri.

Eppure, “”La fine di Oak Street” riesce comunque a divertire. La sua componente più giocosa funziona e il film non si prende mai completamente sul serio. Anzi, è proprio questa sua natura un po’ folle a renderlo piacevole da seguire, anche quando la narrazione sembra rallentare più del necessario.

E poi ci sono gli anni ’80, praticamente ovunque.

Mitchell costruisce un vero e proprio piccolo luna park della nostalgia, disseminando il film di riferimenti, atmosfere e suggestioni che sembrano arrivare direttamente da quell’immaginario cinematografico. Per chi, come me, è cresciuto con quel cinema, è difficile non lasciarsi coinvolgere almeno un po’. A tratti viene quasi voglia di fermare il film per cercare di riconoscere l’ennesimo omaggio.

E qui arriva forse il mio dubbio più grande. J.J. Abrams, tra i produttori del film, è un nome che associo inevitabilmente a una certa idea di cinema nostalgico, soprattutto a quel continuo recupero dell’immaginario degli anni ’80 che negli ultimi anni è diventato quasi un marchio di fabbrica.

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“La fine di Oak Street” è immerso fino al collo proprio in quell’immaginario di periferia americana, famiglia in crisi, mistero, ragazzini, avventura, creature mostruose e una quantità impressionante di richiami al cinema di quel decennio.

Il problema è che, in alcuni momenti, ho avuto la sensazione che la nostalgia finisse per prendere il sopravvento sull’identità di Mitchell. Non so quanto sia effettivamente imputabile ad Abrams e quanto invece sia una precisa scelta dello stesso regista che comunque figura anche tra i produttori ma il risultato mi è sembrato a tratti più vicino a un prodotto costruito attorno al ricordo del cinema anni ’80 che a un film capace di reinterpretarlo davvero attraverso lo sguardo di Mitchell.

“La fine di Oak Street”, quindi, è un film che mi ha lasciato un po’ combattuto. Da una parte riconosco la mano di Mitchell e ci sono momenti nei quali il suo talento visivo emerge chiaramente; dall’altra non posso fare a meno di pensare a quanto mi avessero conquistato i suoi primi due film.

Forse il problema è proprio questo: quando un regista ti ha regalato un capolavoro come “It Follows” e un oggetto così particolare come “Under the Silver Lake”, inevitabilmente alzi l’asticella. Questa volta, per me, quell’asticella rimane un po’ troppo bassa e non basta neanche una sempre splendida Anne Hathaway che buca lo schermo. Ma il film comunque diverte, ha delle belle intuizioni, una notevole dose di nostalgia e qualche momento nel quale Mitchell torna a ricordarci perché lo abbiamo amato. Non il suo film migliore, almeno per me. Ma nemmeno una bocciatura. Più che altro, la sensazione di essere uscito dalla sala pensando: “Da te, caro David Robert Mitchell, mi aspettavo qualcosa di più”.


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© Beyond the Horror Blog 2026

Hokum (2026)

Articolo a cura di Dani Ironfist

HOKUM (2026)

Damian McCarthy è uno di quei registi che, nel giro di pochissimi film, sono riusciti a costruirsi una cifra stilistica immediatamente riconoscibile.  Il regista Irlandese aveva già lasciato il segno con l’inquietante e claustrofobico “Caveat”, ma è con “Oddity” che, almeno personalmente, aveva raggiunto da subito una maturità sorprendente, dimostrando di saper trasformare spazi apparentemente normali in autentiche trappole per lo spettatore. Con “Hokum” McCarthy torna a muoversi su territori a lui congeniali, confermando ancora una volta di avere un talento particolare per l’atmosfera, per il non detto e soprattutto per quella sottile sensazione che qualcosa, nell’inquadratura, non sia esattamente come dovrebbe essere.

Il protagonista è Ohm Bauman (Adam Scott), uno scrittore horror alle prese con un blocco creativo e con un passato familiare tutt’altro che risolto. Dopo la morte dei genitori decide di raggiungere una remota struttura alberghiera immersa nella campagna irlandese, luogo legato alla storia della sua famiglia, con l’intenzione di disperdere le loro ceneri. Quello che dovrebbe essere un viaggio personale e forse catartico si trasforma ben presto in un incubo quando Ohm scopre che sull’albergo aleggia una vecchia leggenda legata a una strega. E, come spesso accade nel cinema di McCarthy, più il protagonista cerca di capire cosa stia succedendo intorno a lui, più diventa difficile distinguere ciò che appartiene alla realtà da ciò che nasce dai suoi stessi traumi.

Una delle cose che ho apprezzato maggiormente di “Hokum” è proprio il modo in cui l’orrore viene utilizzato per raccontare qualcosa che va oltre la semplice presenza soprannaturale. Il film parla soprattutto di colpa, dolore, memoria e rimozione. Ohm non arriva in Irlanda soltanto per disperdere delle ceneri: arriva in un luogo che sembra costringerlo a fare i conti con qualcosa che per anni ha cercato di tenere sepolto. La casa, l’albergo, le stanze, i corridoi e gli spazi apparentemente innocui diventano così una sorta di proiezione della sua mente.

Ed è proprio l’ambientazione irlandese uno degli elementi che, a mio parere, fanno di “Hokum” un vero e proprio folk horror. La campagna, i boschi, l’isolamento, la nebbia e quella sensazione di trovarsi in un luogo lontano da tutto contribuiscono a creare un’atmosfera che sembra appartenere a un’altra epoca. C’è un rapporto molto forte tra il paesaggio e la leggenda della strega, e McCarthy riesce a far percepire il territorio quasi come se conservasse memoria delle storie che gli appartengono. Non è semplicemente una bella cornice: l’Irlanda diventa parte integrante dell’orrore, contribuendo a dare al film quella dimensione arcaica e folkloristica che lo distingue da un semplice horror soprannaturale ambientato in una casa isolata.

Ed è qui che McCarthy dimostra ancora una volta di essere particolarmente bravo. L’orrore non arriva quasi mai urlandoti in faccia. Si insinua lentamente, occupa gli angoli dell’inquadratura, si nasconde dietro una porta, in fondo a un corridoio, dentro un riflesso o semplicemente nella sensazione che qualcosa stia per accadere. Il regista sembra divertirsi a mettere lo spettatore nella stessa condizione del protagonista: sappiamo che c’è qualcosa, ma non sappiamo esattamente dove guardare.

Eppure, “Hokum” non rinuncia ai cliché del genere. Anzi, sotto molti aspetti li abbraccia: il luogo isolato, la leggenda antica, la casa inquietante, la presenza soprannaturale, i segreti familiari e una serie di situazioni che abbiamo già incontrato in tantissimi horror. La differenza è che McCarthy riesce a farli propri, evitando che sembrino semplicemente elementi presi da un immaginario già visto e riproposti senza personalità.

Lo stesso vale per i jumpscare. In un horror del genere sarebbe facilissimo utilizzarli come semplici interruzioni della tensione, mettendo qualcosa davanti alla macchina da presa al momento giusto per far sobbalzare lo spettatore. McCarthy invece li costruisce con cura e soprattutto li rende parte integrante della storia. Non sono spaventi buttati lì a caso per ottenere una reazione immediata: hanno una precisa funzione narrativa, nascono da ciò che sta accadendo e spesso acquistano significato proprio perché legati agli elementi che il film ha seminato in precedenza. E questa è una differenza enorme. Anche quando “Hokum” ricorre a un meccanismo apparentemente classico, riesce a farlo senza risultare banale.

E poi c’è Ohm. Un protagonista che, almeno nella prima parte, ho trovato sinceramente antipatico.  Un personaggio arrogante, scontroso, spesso irritante, che non facilita certo l’empatia dello spettatore. E forse è proprio per questo che, a un certo punto, mi sono ritrovato quasi a tifare per la strega. Una cosa che considero tutt’altro che negativa: significa che il film è riuscito a costruire un protagonista abbastanza respingente da farmi pensare più di una volta “beh, magari se lo prende la strega non è poi così male”. E questo contribuisce anche alla componente psicologica della storia, perché il percorso di Ohm diventa inevitabilmente quello di un uomo costretto a confrontarsi con le proprie responsabilità e con un dolore che non può più ignorare.

Se c’è però una cosa che” Hokum” dimostra in maniera ancora più evidente rispetto ai precedenti lavori di McCarthy, è quanto il regista sappia lavorare sul montaggio con il montatore Brian Philip Davis. È probabilmente l’aspetto tecnico che mi ha colpito di più. Il film non mi ha mai dato la sensazione di trascinarsi, nonostante utilizzi tempi e modalità narrative che avrebbero potuto facilmente produrre momenti di stanca. Al contrario, il montaggio riesce continuamente a spostare il nostro punto di attenzione, a creare collegamenti, a giocare con la percezione e soprattutto a costruire la tensione senza dover ricorrere continuamente allo spavento facile.

McCarthy sa quando mostrare e, soprattutto, quando non mostrare. Sa quando lasciare un’inquadratura qualche secondo in più del necessario e quando invece tagliare proprio nel momento in cui lo spettatore vorrebbe vedere qualcosa. È un gioco continuo con le nostre aspettative, e funziona perché il film non sembra avere fretta di svelare le proprie carte. Anche quando pensiamo di aver capito dove vuole andare a parare, rimane quella sensazione di instabilità che ci tiene incollati allo schermo.

Visivamente “Hokum” è poi un piccolo gioiello atmosferico. Le ambientazioni irlandesi contribuiscono enormemente alla riuscita del film: la campagna, i boschi, la sensazione di isolamento e soprattutto quell’albergo che sembra diventare progressivamente un organismo vivo, pieno di stanze, passaggi e angoli capaci di nascondere qualcosa. McCarthy sfrutta gli spazi in maniera magistrale, trasformandoli da semplici luoghi in veri protagonisti della storia.

La fotografia gioca continuamente con luce e oscurità, mentre la scenografia è piena di dettagli che possono sembrare insignificanti al primo sguardo e diventare improvvisamente inquietanti qualche minuto dopo. È un horror che dimostra ancora una volta quanto si possa fare con un ambiente ben costruito e con una regia capace di sfruttarlo fino in fondo.

Eppure, nonostante tutti questi pregi, devo ammettere che “Hokum” mi è piaciuto un pelo meno di “Oddity”. Non è una bocciatura, tutt’altro.” Oddity” per me rimane ancora il punto più alto della filmografia di McCarthy, soprattutto per la sua capacità quasi chirurgica di costruire la tensione e per quell’equilibrio perfetto tra mistero, atmosfera e paura. “Hokum” forse è leggermente più ambizioso e stratificato, ma proprio per questo perde qua e là quella sensazione di assoluta imprevedibilità che aveva reso “Oddity” così speciale.

Resta comunque un film che ho guardato con enorme piacere e che, soprattutto, non mi ha mai annoiato. E in un periodo in cui molti horror sembrano dilatare idee che basterebbero per quaranta minuti fino a trasformarle in film di due ore, non è affatto un dettaglio.

Damian McCarthy continua quindi a confermarsi come uno degli autori più interessanti dell’horror contemporaneo. “Hokum” magari non supera “Oddity,” almeno per quanto mi riguarda, ma conferma una cosa importante: McCarthy ha una visione precisa del genere e sa perfettamente come costruire un’atmosfera capace di entrare lentamente sotto la pelle.

Analisi con spoiler a cura di Frina

In questo film le componenti psicologiche folcloristiche e sovrannaturali si intrecciano anche se in alcuni momenti non siamo sicuri che il sovrannaturale sia davvero reale. La strega c’è davvero oppure Ohm durante il soggiorno in questo hotel, a causa dei suoi traumi infantili irrisolti, si lascia suggestionare dalle leggende locali? La vita di Ohm è segnata da un grave trauma infantile: da bambino mentre gioca con la pistola del padre spara accidentalmente alla madre e la uccide. Come conseguenza il padre di Ohm inizia a bere e diventa violento. Il piccolo Ohm non vede la difficoltà del padre a elaborare il lutto e affrontare il senso di colpa per la morte della moglie, ma interpreta il comportamento del padre come odio nei suoi confronti per avere ucciso la madre. Da qui il senso di colpa che si porta dietro e che rende difficili anche i rapporti con le altre persone, tratta male gli latri perché non pensa di meritare dei rapporti normali in cui vien trattato con gentilezza. Il percorso di Ohm all’interno dell’hotel rappresenta inoltre un percorso di elaborazione del trauma in cui lo scrittore rivive ricordi della propria infanzia amplificati e distorti come lo show in cui il coniglio racconta pubblicante la sua storia e lo accusa. A un certo punto vede la madre, una sua proiezione interiore, che finalmente lo libera dal senso di colpa dicendogli che quanto è successo è stato un incidente.

Il lieto fine del film non è dato dal fatto che Ohm sopravvive ma dal fatto che finalmente si libera dal peso di considerarsi un mostro che si porta dietro da tutta a vita. Simbolico a tal proposito è il fatto che finalmente riesce a completare la sua trilogia ma in un modo completamente diverso da come la aveva concepito all’inizio. All’inizio il bambino, che evidentemente rappresenta Ohme, viene sacrificato perché forse in fondo se lo merita ma poi il finale cambia e il bambino sopravvive.  Non è più colpevole come, in realtà, non lo è mai stato Ohm.

Visto da questo punto di vista possiamo quindi pensare che la strega non esiste realmente, solo una suggestione, uno spauracchio, se ci facciamo caso in fatti non fa mai direttamente del male a Ohme ma i pericoli che minacciano concretamente lo scrittore vengono dal mondo reale, chi vuole metterlo a tacere è Mal, dipendente e genero del proprietario dell’hotel che è terrorizzato dal fatto che si vengano a scoprire i suoi segreti.

Alla fine, come spesso accade, il vero pericolo non arriva dal sovrannaturale ma dal mondo reale e dal mondo interiore che può profondamente influenzare la realtà e la nostra visione sul mondo.


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Odissea (2026)

Articolo a cura di Dani Ironfist

ODISSEA (2026)

Ogni volta che un grande classico della letteratura approda sul grande schermo si ripete lo stesso copione: da una parte chi pretende una trasposizione fedele parola per parola, dall’altra chi considera l’adattamento cinematografico una nuova forma di racconto.

Eppure, la storia del cinema ci ha insegnato che molti dei film più importanti nati da opere letterarie hanno preso strade diverse rispetto ai testi originali. Basti pensare a “Shining” di Stanley Kubrick, profondamente distante dal romanzo di Stephen King, a “Blade Runner”, che ha trasformato il mondo creato da Philip K. Dick in qualcosa di completamente nuovo, o a “Il Signore degli Anelli” di Peter Jackson, che ha dovuto necessariamente modificare e reinterpretare l’immensa opera di Tolkien.

Per questo motivo credo sia sbagliato affrontare “Odissea” di Christopher Nolan con il solo metro della fedeltà assoluta al poema di Omero. Un adattamento non è una fotocopia, ma una visione. Il compito di un regista non è semplicemente illustrare un’opera già esistente, ma trovare un linguaggio cinematografico capace di restituirne l’anima.

Prima ancora di parlare del film, quindi, è necessario mettere da parte le tante polemiche nate ancora prima dell’uscita e concentrarsi sull’opera cinematografica. Perché la vera domanda non è quanto questa “Odissea” sia identica a quella immaginata quasi tremila anni fa da Omero, ma se Christopher Nolan sia riuscito a raccontare il viaggio di Ulisse attraverso il proprio sguardo.

E la risposta, almeno per quanto mi riguarda, è sì.

Nolan affronta il poema omerico non come una semplice avventura mitologica, ma come un viaggio profondamente umano. Il ritorno di Ulisse verso Itaca diventa un percorso interiore fatto di dolore, perdita, tentazioni e confronto con i propri limiti. Come spesso accade nel cinema di Nolan al centro dello spettacolo ci sono soprattutto gli uomini, con le loro fragilità e le loro ossessioni.

Il protagonista non è soltanto l’eroe astuto capace di sfidare mostri e divinità, ma un uomo segnato dalla guerra e dal peso delle proprie scelte. È un Ulisse (Matt Damon) che deve affrontare non solo ciò che incontra lungo il cammino, ma anche sé stesso.

Anche le discussioni sul casting, esplose ancora prima di poter giudicare il film, dimostrano quanto spesso il dibattito cinematografico contemporaneo rischi di fermarsi alla superficie. Alla fine, è il talento degli interpreti, la loro capacità di dare vita ai personaggi e di renderli credibili a determinare il risultato. Il cinema, prima di tutto, è emozione. Al di là delle inevitabili preferenze personali, possiamo dire innanzitutto che l’intero cast merita una menzione speciale, credo sia difficile trovare una prova fuori posto. Tutti gli interpreti affrontano i rispettivi ruoli con convinzione, riuscendo a dare anima e profondità a personaggi che il pubblico conosce da sempre. È proprio grazie alla qualità delle loro interpretazioni che, dopo pochi minuti, si smette di pensare alle polemiche o ai preconcetti e ci si lascia semplicemente trasportare dal racconto. Quando gli attori sono così credibili, il resto passa inevitabilmente in secondo piano. Spiccano su tutti Matt Damon, la sua prova potrebbe portarlo in corsa per gli Oscar, Samantha Morton nel ruolo di Circe è semplicemente stratosferica e sono ottime anche le prove di Anne Hathaway (Penelope) e Tom Holland (Telemaco). Ma, ripeto l’intero cast è su alto livello.

La sceneggiatura riesce a trovare un equilibrio tra la grandezza dell’epica e momenti più intimi e personali. Nolan non si limita a raccontare una serie di avventure, ma cerca di restituire il senso più profondo del viaggio: la ricerca di una casa, di un’identità e di un luogo a cui appartenere.

È però con l’incontro con Circe che “Odissea” raggiunge uno dei suoi momenti più sorprendenti e inquietanti. Senza entrare nei dettagli della scena, Nolan riesce a trasformare un episodio conosciuto del mito in qualcosa di profondamente disturbante. La forza della sequenza non sta soltanto nell’evento narrato, ma soprattutto nella sua messa in scena. La trasformazione diventa un momento quasi da incubo, dove il confine tra meraviglia e paura viene completamente abbattuto. L’atmosfera, le immagini e la tensione riescono a creare un senso di disagio che avvicina il film al cinema horror.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti dell’opera: Nolan dimostra che dietro un grande mito epico possono nascondersi elementi oscuri e inquietanti. Del resto, le leggende dell’antichità sono piene di mostri, metamorfosi e paure ancestrali, temi che appartengono da sempre anche al linguaggio dell’orrore.

Dal punto di vista tecnico siamo davanti a un’esperienza cinematografica pensata per il grande schermo. La scelta di utilizzare il formato IMAX e la pellicola 70 mm non appare come un semplice esercizio estetico, ma come parte integrante della visione di Nolan. Gli spazi immensi, il mare, i paesaggi e la potenza delle immagini restituiscono allo spettatore la sensazione di essere dentro il viaggio. È uno di quei film che ricordano quanto il cinema possa ancora essere un’esperienza fisica, capace di lasciare senza fiato quando viene vissuto in sala.

Arrivati alla fine del percorso, quello che rimane è la sensazione di aver assistito a un grande film. Non un’opera priva di difetti, perché anche i registi più importanti possono compiere scelte discutibili, ma un film dotato di una forza visiva e narrativa capace di andare oltre le proprie imperfezioni.

La grande abilità di Nolan sta proprio qui: nella capacità di creare un’esperienza così coinvolgente da far passare in secondo piano alcuni limiti. È una sensazione che ho provato anche con James Cameron e ai suoi Avatar: si possono discutere alcuni aspetti della narrazione, ma la forza della visione, la capacità di creare mondi e il coinvolgimento emotivo sono talmente potenti da trasformare il film in qualcosa di più della semplice somma delle sue parti.

E questo è il grande merito di “Odissea”. Nolan non sostituisce Omero e non pretende di riscrivere un mito che appartiene all’umanità da quasi tremila anni. Lo attraversa con il proprio linguaggio, con le proprie ossessioni e con la propria idea di cinema. Perché i miti continuano a vivere proprio grazie a questo: alla capacità di essere raccontati ancora, ogni volta in una forma nuova. E quando un regista riesce a farci guardare una storia conosciuta da secoli con occhi diversi, forse significa che il viaggio, in fondo, non è mai davvero finito.


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© Beyond the Horror Blog 2026

Disclosure Day (2026)

Articolo a cura di Dani Ironfist

DISCLOSURE DAY (2026)

Quando si parla di Steven Spielberg si tende spesso a dimenticare una cosa molto semplice: il regista americano non ha mai smesso di credere nel potere delle emozioni. In un’epoca in cui gran parte del cinema sembra rincorrere il cinismo o la provocazione a tutti i costi, “Disclosure Day” arriva come un’opera profondamente umana, capace di parlare di noi e del nostro rapporto con gli altri senza rinunciare allo spettacolo.

Steven Spielberg continua a fare ciò che ha sempre fatto: raccontare storie capaci di intrattenere, emozionare e far riflettere. “Disclosure Day” ne è l’ennesima dimostrazione, un film che mi ha coinvolto profondamente e che, a mio avviso, sta ricevendo da una parte del pubblico un trattamento piuttosto ingeneroso.  Fin dalle prime battute, il film costruisce una narrazione solida e coinvolgente, capace di mantenere alta l’attenzione senza mai sacrificare lo sviluppo dei personaggi. Spielberg dirige con la consueta eleganza, alternando momenti più spettacolari a passaggi intimi e riflessivi, dimostrando ancora una volta una padronanza del linguaggio cinematografico che pochi autori possono vantare. Anche il cast offre interpretazioni convincenti, riuscendo a dare credibilità e spessore emotivo a una storia che vive soprattutto attraverso le relazioni umane. Emily Blunt è davvero straordinaria e la sua prova probabilmente si candida per la corsa all’ Oscar 2027.

Ciò che mi ha colpito maggiormente, però, non è tanto l’aspetto tecnico, impeccabile come ci si aspetta da una produzione di questo livello, quanto il cuore pulsante dell’opera. “Disclosure Day” parla di empatia. Lo fa senza proclami, senza retorica e senza la necessità di impartire lezioni allo spettatore. Attraverso il percorso dei suoi protagonisti, il film ci invita a metterci nei panni degli altri, a guardare oltre le apparenze e a comprendere che dietro ogni scelta, ogni paura e ogni errore esiste una persona con la propria storia.

È un tema che oggi appare più attuale che mai. Viviamo in un periodo in cui il confronto è spesso sostituito dallo scontro e in cui il giudizio arriva prima ancora della comprensione. Spielberg sembra volerci ricordare che l’ascolto e la capacità di comprendere il prossimo rappresentano ancora strumenti fondamentali per affrontare una realtà sempre più complessa. Ed è forse proprio questa sincerità di fondo a rendere il film così efficace.

Dal punto di vista narrativo, “Disclosure Day” riesce a mantenere un ottimo equilibrio tra intrattenimento e riflessione. Non rinuncia alla tensione e ai momenti più coinvolgenti, ma trova sempre il modo di riportare l’attenzione sui personaggi e sulle conseguenze emotive degli eventi raccontati. È un film che procede con sicurezza, senza bisogno di rincorrere colpi di scena continui o soluzioni sensazionalistiche per catturare l’interesse del pubblico. Per questo motivo faccio fatica a condividere alcune delle reazioni che ho letto sui social negli ultimi tempi. È curioso vedere come un film del genere venga liquidato da qualcuno come “brutto” o “deludente” con una facilità quasi disarmante. Naturalmente ogni opinione è legittima, ma ho avuto la sensazione che molti giudizi nascano più dalle aspettative personali che da una reale analisi dell’opera. Sembra quasi che oggi un film debba essere necessariamente estremo, provocatorio o rivoluzionario per essere apprezzato, mentre un racconto che punta sulle emozioni e sull’umanità venga considerato automaticamente meno interessante.

Per quanto mi riguarda, “Disclosure Day” è invece Spielberg allo stato puro. C’è il suo amore per i personaggi, c’è la fiducia nell’umanità nonostante tutte le sue contraddizioni e c’è soprattutto quella capacità unica di emozionare senza risultare manipolatorio. Certo, non stiamo parlando necessariamente del suo capolavoro assoluto, ma di un film maturo, sincero e profondamente coerente con la sua filmografia.

Alla fine, ciò che resta davvero di “Disclosure Day” non sono soltanto le immagini o le singole sequenze, ma il suo messaggio. L’idea che l’empatia non sia un gesto di debolezza, bensì una forma di forza. Che comprendere gli altri non significhi necessariamente condividere le loro scelte, ma riconoscerne l’umanità. In un mondo che sembra aver perso la pazienza dell’ascolto, Spielberg ci invita ancora una volta a guardare l’altro con occhi diversi. E solo per questo, il film merita di essere visto, discusso e apprezzato ben oltre le etichette frettolose che troppo spesso dominano il dibattito online.


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Obsession (2026)

Articolo a cura di Dani Ironfist

OBSESSION (2026)

Negli ultimi anni l’horror indipendente ha dimostrato più volte di poter sopperire alla mancanza di grandi budget con idee, personalità e una sincera voglia di raccontare qualcosa. È proprio in questo contesto che si inserisce “Obsession”, esordio nel lungometraggio di Curry Barker, autore che decide di affrontare uno dei temi più universali e delicati in assoluto: l’amore. O meglio, ciò che accade quando l’amore smette di essere tale e si trasforma in qualcosa di molto più oscuro.

La premessa è tanto semplice quanto efficace. Bear (Michael Johnston) è un ragazzo innamorato della sua migliore amica Nikki (interpretata da una straordinaria Inde Navarette) e si trova improvvisamente davanti alla possibilità di vedere realizzato il proprio desiderio più grande. Da quel momento, però, la realtà inizia lentamente a deformarsi e ciò che sembrava un sogno destinato a cambiare la sua vita in meglio si trasforma in un incubo sempre più difficile da controllare.

Ciò che colpisce maggiormente di “Obsession” è la maturità con cui Barker gestisce il materiale narrativo. Il film avrebbe potuto facilmente adagiarsi sugli stereotipi dell’horror soprannaturale o della classica storia romantica degenerata, ma sceglie invece una strada più interessante, costruendo una tensione costante che nasce soprattutto dai personaggi e dalle loro fragilità.

L’elemento horror non è mai fine a sé stesso. Dietro le sue atmosfere inquietanti si nasconde infatti una riflessione sul desiderio di possedere ciò che non ci appartiene, sull’incapacità di accettare i limiti imposti dalla realtà e sulla sottile linea che separa l’affetto dall’ossessione. Tematiche affrontate senza particolari proclami ma che emergono con forza durante tutta la visione.

Anche dal punto di vista registico il film dimostra una personalità ben definita. Barker mostra di sapere dove posizionare la macchina da presa e come sfruttare il disagio dello spettatore senza ricorrere continuamente a facili scorciatoie. L’inquietudine cresce gradualmente, alimentata da una sensazione costante che qualcosa stia andando irrimediabilmente storto.

Naturalmente non tutto è perfetto. Alcuni passaggi avrebbero probabilmente beneficiato di un maggiore approfondimento e in certi momenti il racconto sembra procedere più velocemente del necessario. Tuttavia, si tratta di difetti che non compromettono l’efficacia complessiva dell’opera, soprattutto considerando la sincerità con cui il regista porta avanti la propria visione.

“Obsession” conferma ancora una volta come il cinema horror possa essere uno strumento estremamente efficace per esplorare paure profondamente umane. Non è semplicemente una storia di fantasmi, maledizioni o eventi soprannaturali, ma un racconto amaro sulle conseguenze di un desiderio incapace di accettare la libertà dell’altro.

Un esordio convincente, inquietante e sorprendentemente maturo, che merita sicuramente l’attenzione degli appassionati del genere.

BREVE ANALISI CON SPOILER

Il vero punto di forza del film è il modo in cui ribalta progressivamente la prospettiva dello spettatore. Quello che inizialmente potrebbe sembrare il sogno romantico di un ragazzo innamorato si rivela infatti una rappresentazione disturbante del possesso emotivo. Bear non desidera davvero l’amore di Nikki: desidera che Nikki appartenga a lui. È una differenza enorme e il film costruisce tutta la sua tragedia proprio attorno a questa consapevolezza. Il finale funziona perché non cerca scorciatoie consolatorie e lascia emergere con chiarezza il messaggio più inquietante dell’opera: ottenere ciò che si desidera non significa necessariamente meritarselo, e certe ossessioni finiscono inevitabilmente per divorare chi le alimenta.

Alcune persone vorrebbero avere il controllo totale sul partner e renderlo totalmente dipendente da sé per poi rendersi conto che una relazione di questo diventa–à soffocante per entrambi e per niente sana. Inoltre, se per avere accanto una persona dobbiamo privarla della propria libertà, volontà e personalità alla fine chi abbiamo accanto? quella persona oppure un fantoccio che ne è solo la pallida imitazione?


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Resurrection (2025)

Articolo a cura di Dani Ironfist

RESURRECTION (2025)

In un’epoca in cui il cinema sembra sempre più ossessionato dalla velocità, dalla spiegazione e dalla necessità di rendere tutto immediatamente comprensibile, Bi Gan continua a percorrere una strada tutta sua. Una strada fatta di sogni, ricordi, suggestioni e immagini che sembrano emergere da un luogo sospeso tra memoria e immaginazione. Con “Resurrection”, il giovane regista cinese realizza probabilmente la sua opera più ambiziosa, un film che non vuole semplicemente raccontare una storia ma interrogarsi sul significato stesso del cinema e sul suo potere di conservare ciò che il tempo tenta inevitabilmente di cancellare.

Dopo aver attirato l’attenzione internazionale con “Kaili Blues” e aver lasciato il segno con l’ipnotico “Long Day’s Journey Into Night”, Bi Gan conferma di essere uno dei talenti più straordinari emersi negli ultimi anni. Non soltanto per la sua incredibile padronanza tecnica, ma soprattutto per la capacità di utilizzare il linguaggio cinematografico come uno strumento poetico. Guardando un suo film si ha spesso la sensazione che le immagini nascano prima delle parole, come se ogni inquadratura fosse il frammento di un sogno che prende forma davanti ai nostri occhi.

Con “Resurrection” Bi Gan riesce ad ampliare la sua tela drammatica grazie alla sua ambizione e determinazione di mettersi ogni volta alla prova. Le meravigliose scenografie del film rappresentano un deciso passo avanti nella sua arte e la sua struttura surreale fa sì che si liberi delle convenzioni della narrazione realistica che caratterizzavano le sue prime opere. In questo modo il film riesce a mantenere il magico stile visivo di Bi Gan.

“Resurrection” è un’opera difficile da racchiudere in una definizione precisa. La trama esiste, ma appare quasi secondaria rispetto all’esperienza che il film vuole offrire. Bi Gan costruisce un percorso che attraversa epoche, identità e dimensioni differenti, mescolando continuamente realtà e immaginazione fino a rendere impossibile distinguere l’una dall’altra. Lo spettatore viene trascinato in un flusso ininterrotto di immagini che sembrano appartenere contemporaneamente al passato, al presente e a un futuro indefinito.

La sensazione dominante è quella di trovarsi all’interno di un sogno. Non un sogno caotico o incomprensibile, ma uno di quelli che seguono una logica emotiva tutta loro. Ogni sequenza comunica qualcosa anche quando sfugge a una lettura razionale immediata. Bi Gan non cerca mai di guidare il pubblico verso una singola interpretazione; preferisce lasciare che siano le immagini a parlare, creando un dialogo personale con chi guarda.

Dal punto di vista tecnico, “Resurrection” rappresenta probabilmente il punto più alto raggiunto finora da Bi Gan. Se nei lavori precedenti il regista aveva già dimostrato una straordinaria padronanza dello spazio e del tempo cinematografico, qui porta la sua ricerca formale a un livello ancora più complesso e raffinato. La regia si fonda su un controllo quasi assoluto del movimento. La macchina da presa non si limita a osservare gli eventi, ma sembra fluttuare all’interno delle immagini come una presenza invisibile. I lunghi piani sequenza, marchio di fabbrica dell’autore, non sono mai semplici esercizi di stile: servono a eliminare la percezione del montaggio tradizionale e a immergere lo spettatore in una dimensione onirica dove il tempo perde la sua scansione abituale. Lo spazio viene continuamente ridefinito attraverso movimenti fluidi che trasformano ambienti e paesaggi in luoghi mentali più che fisici.

La fotografia svolge un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità del film. Bi Gan e il suo direttore della fotografia utilizzano la luce come elemento narrativo, alternando atmosfere che richiamano il cinema classico, il noir, l’espressionismo e persino alcune suggestioni della fantascienza contemporanea. I contrasti cromatici sono studiati per evocare stati emotivi più che per descrivere realisticamente gli ambienti. Ogni segmento del film sembra possedere una propria personalità visiva, contribuendo alla sensazione di attraversare epoche e dimensioni differenti. Veramente un grande spettacolo per gli occhi!

Naturalmente non si tratta di un film destinato a incontrare il gusto di tutti. La sua struttura frammentaria, il ritmo contemplativo e l’approccio fortemente simbolico richiedono disponibilità e partecipazione. Chi cerca una narrazione tradizionale potrebbe sentirsi disorientato. Ma proprio in questa libertà risiede la forza dell’opera. “Resurrection” non vuole essere consumato rapidamente; chiede di essere vissuto, assorbito e, forse, persino sognato.

Bi Gan appartiene a quella rara categoria di autori che sembrano guardare oltre le convenzioni del presente. Registi capaci di ricordarci che il cinema non è soltanto intrattenimento o racconto, ma anche esperienza sensoriale, memoria condivisa e ricerca artistica. Con “Resurrection” firma un’opera complessa, affascinante e profondamente personale, destinata probabilmente a dividere il pubblico ma anche a lasciare un segno importante nel panorama cinematografico contemporaneo.

Questo è grande cinema e “Resurrection” può benissimo collocarsi tra i capolavori degli ultimi 26 anni.

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The Long Walk (2025)

Articolo a cura di Dani Ironfist & Frina

THE LONG WALK (2025)

Quanto può andare avanti una persona prima di spezzarsi completamente?

“The Long Walk” prende una delle idee più semplici e crudeli mai scritte da Stephen King e la trasforma in un viaggio lento, soffocante e profondamente disperato.

Francis Lawrence costruisce un film che non punta sull’horror tradizionale. Non ci sono mostri, jumpscare o grandi scene spettacolari. La tensione nasce dalla fatica, dal sonno che manca, dal dolore fisico e soprattutto dalla consapevolezza che prima o poi qualcuno crollerà. È proprio questo che rende “The Long Walk” così disturbante: la normalità con cui la violenza viene accettata. Tutti osservano questi ragazzi consumarsi lentamente come se fosse un semplice evento da seguire con entusiasmo, come il concetto di gara e eliminazione fosse solo dal punto di vista sportivo e non letterale.  Nessuno sembra davvero sconvolto. Nessuno si ferma. Il mondo del film appare freddo, vuoto e completamente disumanizzato.

La cosa che funziona meglio sono i rapporti tra i partecipanti. All’inizio sembrano solamente concorrenti, ma chilometro dopo chilometro diventano qualcosa di diverso: ragazzi terrorizzati che cercano disperatamente un contatto umano mentre tutto intorno a loro si sgretola. Tra dialoghi, silenzi e momenti sempre più pesanti, il film riesce a creare una tensione costante senza avere bisogno di forzare nulla.

Francis Lawrence sceglie uno stile molto essenziale anche dal punto di vista visivo. Niente grandi effetti futuristici o scenografie elaborate. Solo asfalto, sudore, sangue e volti sempre più distrutti dalla stanchezza. Continuare a camminare diventa quasi una condanna mentale prima ancora che fisica. Ed è probabilmente questa la parte più inquietante del film.

E più il film va avanti, più lo spettatore si sente intrappolato dentro quella marcia insieme ai protagonisti ma sotto l’aspetto distopico e survival si nasconde qualcosa di ancora più amaro. “The Long Walk” parla di pressione, competizione e di una società che pretende continuamente che si veda avanti, anche quando si è ormai completamente svuotati.  Una società in cui pochi posseggono la maggior parte delle risorse e la popolazione deve competere in maniera crudele con la speranza 8di svoltare la propria situazione. Lo stesso futuro distopico che possiamo ritrovare in diversi film e che può essere riassunto nel concetto del Survival Game

Da “La Lunga Marcia” a “The Running Man”, fino a “Battle Royale” e “Hunger Games”, la distopia dei giochi mortali nasconde un’unica, spietata verità politica: il controllo assoluto attraverso la scarsità di risorse. In questi universi, un’oligarchia ristrettissima detiene il monopolio della ricchezza globale, mentre la massa viene ridotta alla fame e alla disperazione.

La genialità perversa del potere sta nell’aver trasformato la sopravvivenza in uno spettacolo mediatico. Costringendo i cittadini a scannarsi tra loro per un’illusoria promessa di emersione sociale, le élite ottengono due risultati: distraggono il popolo dalla reale miseria e disinnescano la solidarietà di classe. Se il tuo vicino è il nemico da eliminare, nessuno guarderà mai verso l’alto, lasciando i veri carnefici al sicuro nei loro palazzi dorati. Il survival game diventa così la metafora estrema della guerra tra poveri alimentata dal privilegio.

“The Long Walk” è un horror psicologico lento, pesante e profondamente pessimista. Un film che non cerca di intrattenere attraverso l’azione, ma attraverso il logoramento emotivo dei suoi personaggi.

Una marcia verso il collasso umano raccontata con freddezza e disperazione E quando arrivano i titoli di coda, la sensazione è quella di essere stati costretti a camminare insieme a loro fino alla fine.


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The Drama: un segreto è per sempre (2026)

Articolo a cura di Frina

“The Drama” è il quarto film del regista norvegese Kristoffer Borgli. Borgli inizia la sua carriera dirigendo video musicali e, dopo alcuni corti, nel 2017 dirige il suo primo lungometraggio “DRIB.” ma è nel 2022 con il controverso “Sick of Myself” che inizia a farsi conoscere e che gli aprirà le porte a Hollywood. Nel 2023 dirige anche il bellissimo “Dream Scenario” con Nicolas Cage (che trovate recensito qui).

“The Drama” si apre con una coppia di fidanzati, Emma Harwood (Zendaya) e Charlie Thompson (Robert Pattinson), che sta organizzando l’imminente matrimonio. Durante la prova del menu con una coppia di amici, Rachel e Mike, Emma rivela un segreto del suo passato che destabilizza la relazione con Charlie e mina l’amicizia con Rachel e Mike.

“The Drama” è un film destabilizzante che si pone due diverse domande, conosciamo davvero le persone che fanno parte della nostra vita o ci sono parti del loro passato che non conosciamo che potrebbero farci cambiare radicalmente l’opinione che abbiamo di loro? Allo stesso tempo è giusto essere giudicati nel presente per qualcosa che abbiamo fatto, o avremmo voluto fare nel passato, quando eravamo persone completamente diverse rispetto ad adesso e non avevamo la stessa maturità ed esperienza di oggi?

Fatto sta che quando i segreti vengono rivelati non si può più tornare indietro; infatti, Charlie diventa sempre più paranoico nei confronti di Emma e si crea una crescente tensione e distanza tra i due fidanzati. Ciò che turba Charlie non è solo il segreto in sé ma che sia stato rivelato in un contesto sociale e che sia stata messa in discussione la facciata di coppia perfetta e con una fidanzata che rientra perfettamente nei canoni della Londra bene, vincente e alla moda. Anche gli amici la allontanano e in particolare Rachel che quasi sembra godere della caduta di Emma, la loro amicizia sembra basata è molto sulla convenienza e sulla competizione.

Non siamo nemmeno fino in fondo sicuri che il segreto che Emma sia totalmente veritiero o solo un episodio ingigantito nel racconto per fare colpo sui commensali con una storia “grossa” ma gonfiata ma questo non ha importanza perché è stato rivelato pubblicamente e quella da lì in poi diventa quindi la realtà “ufficiale”. E questo è disastroso perché rappresenta la rovina sociale.

Man a mano che il film procede, aumenta la tensione e l’angoscia che viene trasmessa allo spettatore ma non mancano scene esilaranti come quella dalla prova dalla fotografa in cui si creano situazioni ambigue e involontari doppi sensi che aumentano ulteriormente l’imbarazzo.

Interessante è sia l’uso della fotografia sia della colonna sonora, entrambe non servono a rendere il film più piacevole ma a mettere lo spettatore a disagio proprio come i protagonisti.

Emma è inquadrata in primi piani strettissimi che catturano ogni suo piccolo segno di disagio o nervosismo. La luce su di lei è cruda per mostrare il peso del segreto che porta. Charlie viene spesso inquadrato in modo simmetrico e centrato e, mano che la paranoia cresce, le inquadrature su di lui diventano più instabili e “sporche”, facendolo sembrare sempre più fuori controllo.

Importante anche sottolineare come sono stati rappresentati i ricordi di Emma, le immagini del passato immagini sono sgranate e poco chiare hanno uno stile che ricorda i video fatticon i primi cellulari o vecchie telecamere. Sono difficili da decifrare, proprio come li percepisce Charlie e forse anche Emma.

Come la fotografia anche la colonna sonora non ha il compito di abbellire il film o emozionare ma quello di creare disagio. Spesso la musica sparisce proprio quando le cose si fanno imbarazzanti. Ad esempio, senti solo il rumore delle posate sul piatto, rendendo opprimente il silenzio di certe situazioni

Inoltre, di una grande orchestra classica, vengono usati pochi strumenti (come un violino o un sintetizzatore) che però fanno suoni acuti o ripetitivi. serve a farti capire che nella testa dei protagonisti qualcosa si sta rompendo.

Al contrario durante scene terribili o molto tristi, il regista mette canzoni pop famose o musichette allegre per creare un effetto grottesco

“The Drama” inizia come una leggera commedia romantica ma diventa presto un thriller psicologico e claustrofobico

Il cuore del film non è però solo il segreto di Emma, ma la critica sociale feroce che Borgli rivolge al “bel mondo” contemporaneo. La tragedia nasce da un momento di fragilità, una storia “esagerata” per vanità o noia durante una cena che finisce per distruggere una vita costruita sulla performatività, In quel mondo patinato, la lealtà non esiste: una volta crollata la facciata della “coppia perfetta”, Emma rimane sola, prigioniera della paranoia di un compagno che non riconosce più e dell’opportunismo di amici pronti a scaricarla per proteggere il proprio status. La pellicola ci lascia con un dubbio amaro: in una società che vive di apparenze, la verità non è un atto liberatorio, ma il punto di non ritorno che trasforma la realtà ufficiale in una condanna definitiva

In conclusione: Kristoffer Borgli si conferma come uno degli autori contemporanei più interessanti che anche nei film dall’apparenza più leggeri riesce a mettere a disagio lo spettatore, una dote che oggi hanno in pochi.


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Xeno (2025)

Articolo a cura di Dani Ironfist

“Xeno” è un film del 2025 diretto, scritto, prodotto e montato da Matthew Loren Oates. Presentato in concorso a Extra Sci-Fi Festival Verona, “Xeno” è un dichiarato omaggio a quel cinema fantastico degli anni ‘80 che ha fatto sognare generazioni intere.

C’è qualcosa di profondamente ingenuo, quasi fuori tempo massimo, nel modo in cui “Xeno” prova a raccontare l’incontro con l’altro. Ed è proprio lì che il film di Matthew Loren Oates si gioca tutto: in quell’equilibrio fragile tra racconto di formazione e deriva mostruosa, tra favola adolescenziale e l’incontro con l’alieno.

Il film segue le vicende di una ragazzina isolata, interpretata da Lulu Wilson, che trova qualcosa che non dovrebbe esistere e decide di proteggerlo. Ma “Xeno” non è davvero un film sull’alieno. È un film sul bisogno disperato di avere qualcuno dalla propria parte quando tutto il resto è ostile, sporco, rotto. La famiglia è un luogo tossico, il mondo degli adulti è violento, incarnato anche da figure come quella di Chase (nuovo compagno di sua madre interpretato da Paul Schneider), mentre l’autorità è cieca, ottusa, incapace di comprendere.

E allora quell’essere, deforme, ambiguo, pericoloso, diventa paradossalmente l’unica forma possibile di relazione autentica. Non è mai davvero rassicurante, non è mai addomesticato, e proprio per questo funziona: non è un amico immaginario, è un’estensione del disagio. Una creatura che reagisce, che protegge, che distrugge.

Il problema è che il film sembra avere paura delle sue stesse intuizioni. Oates costruisce un immaginario interessante, sporco il giusto, con un alieno che non cerca mai di essere “carino”, ma poi si rifugia continuamente in una struttura narrativa troppo riconoscibile. Si sente il peso di un certo cinema anni ’80, ma senza la radicalità o il coraggio di sporcarsi davvero le mani. Rimane sempre quel passo indietro, quella sensazione che il film possa diventare qualcosa di più disturbante e invece si trattiene.

Eppure, quando funziona, “Xeno” lascia intravedere qualcosa di potente: un rapporto quasi simbiotico tra umano e non umano che fa esplodere lo spettatore emotivamente, più che visivo. Non è tanto quello che l’alieno fa, ma quello che rappresenta. Una valvola di sfogo, una vendetta silenziosa, un modo per sopravvivere. Il cuore del film sta tutto qui: nell’idea che il vero mostro non sia ciò che arriva dallo spazio, ma ciò che resta sulla Terra. E in questo senso, anche con tutti i suoi limiti, Xeno riesce comunque a portarsi dietro un retrogusto amaro, quasi nichilista, che lo rende più interessante di quanto sembri a prima vista.

Non è un film che esplode. È un film che si trattiene. E forse è proprio questo il suo difetto più grande… o, a seconda di come lo guardi, la sua identità più sincera. “Xeno” nonostante la sua marcata vena anni ’80 e al netto dei suoi difetti rimane un gioiellino tutto da scoprire, ad avercene di film come “Xeno”.

Di seguito il trailer internazionale:


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Meanwhile on Earth (2024)

Articolo a cura di Frina

MEANWHILE ON EARTH (2024)

“Meanwhile on Earth” è un film del 2024 del regista, animatore, sceneggiatore e illustratore francese Jérémy Clapin.  Il regista è conosciuto per il folgorante esordio “J’ai perdu mon corps” (lungometraggio d’animazione che trovate su Netflix con il titolo “Dov’è il mio corpo”) ma soprattutto per le sue narrative poetiche e surreali. Questa volta si cimenta in un dramma di fantascienza che tratta tematiche come la rielaborazione del lutto, sull’eticità di certe scelte e su fino a che punto ci si possa spingere per guarire il proprio dolore.

Elsa (Megan Northam) non riesce a gestire la scomparsa del fratello astronauta che tre anni prima è partito per una missione nello spazio dal cui non è mai tornato. Solo tre anni dopo viene contattata, tramite uno starno dispositivo auricolare, da un’entità aliena, che promette di restituirle il fratello in cambio di altre cinque persone. Da lì i poi le vicende di Elsa si susseguono in uno spazio-tempo a volte surreale in cui non sempre è chiaro se si tratta di realtà o una realtà immaginata che serve solo a lenire il dolore e a tenere accesa la speranza di Elsa di poter rivedere il fratello, perché Elsa non è andata avanti con la sua vita, sembra quasi che sia bloccata al primo giorno ed è quindi disposta a tutto per riportarlo indietro. Il regista usa uno stile minimalista e surreale proprio perché vuole lasciare ambiguità, sarà lo spettatore a decidere se veramente Elsa sta comunicando con gli alieni o è soltanto una psicosi causata dalla perdita del fratello.  Inoltre, l’entità aliena chiede dei sacrifici umani a Elsa, il regista quindi ci chiede inoltre di riflettere su un dilemma morale, è giusto mettere i propri problemi e il proprio dolore di fronte a tutto e tutti? È lecito fare qualsiasi cosa per i propri cari anche a discapito di altri? Questo film ci fa riflettere su questo. Un film non per tutti, sicuramente non è adatto a chi ha solo voglia di leggerezza ma sicuramente per chi ha il coraggio di affrontare queste tematiche e di riflettere sul tema della perdita che purtroppo prima o poi riguarda tutti.

La regia di Jérémy Clapin si distingue per un controllo estremamente rigoroso del linguaggio visivo, probabilmente influenzato dal suo passato nell’animazione. Ogni inquadratura sembra pensata come un’unità chiusa, con movimenti di macchina ridotti al minimo e utilizzati solo quando strettamente necessari. C’è una costante tendenza a isolare il personaggio all’interno dello spazio, creando una distanza percettiva tra lei e il mondo circostante. Anche nei momenti in cui la componente fantascientifica emerge, la regia evita qualsiasi escalation spettacolare, mantenendo un tono freddo, quasi clinico, che rafforza la dimensione interiore del racconto.

Bellissima la fotografia che balza subito all’occhio. Il direttore della fotografia Robrecht Heyvaert fa in modo che tutto sia coerente con il film privilegiando luci naturali o comunque poco invasive con il risultato che le immagini fredde che lasciano respirare il vuoto attorno ai personaggi.

In definitiva, “Meanwhile on Earth” è un’opera che rifiuta qualsiasi compromesso con le aspettative più convenzionali della fantascienza, scegliendo invece un percorso rigoroso e profondamente introspettivo. Una bellissima sorpresa a Extra Sci-Fi Festival Verona.

Di seguito il trailer internazionale:


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