Weapons (2025)

Articolo a cura di Dani Ironfist

WEAPONS (2025)

C’era molta attesa da parte mia per questo nuovo film di Zach Cregger, il suo esordio “Barbarian” (trovate la recensione qui) mi aveva molto sorpreso per la creazione della suspense e di quella sensazione di claustrofobia che pervadeva tutto il film. Con “Weapons” Zach Cregger non fa eccezione. Il film, scritto e prodotto da lui stesso, mette in scena una storia avvincente in cui vediamo tutto dal punto di vista dei personaggi.

Quando tutti i bambini di una classe, tranne uno, scompaiono misteriosamente nella stessa notte e alla stessa ora nel silenzio, nel cuore della tranquilla cittadina di Maybrook si apre una profonda ferita e l’intera comunità si ritrova ad interrogarsi su chi o cosa sia responsabile della loro sparizione. Le indagini prendono una piega misteriosa e piena di coincidenze ma la verità nasconde un lato molto oscuro.

“Weapons” è un film che riesce a unire horror, mystery e dramma alla perfezione grazie ad un ottima scrittura, lineare e divisa in sei storie apparentemente indipendenti ma che invece, man mano che il film scorre, si rivelano tasselli di un unico mosaico narrativo. Il cuore del film sta nella creazione della tensione psicologica e nella costruzione di un’inquietudine costante che spesso viene spezzata volutamente con toni grotteschi e questo è un grande pregio di questa pellicola. Zach Cregger gioca con il tempo e la prospettiva inserendo dettagli che s’incastrano perfettamente nella linea narrativa del film e che tornano più avanti con significato diversi, innescando tra l’altro un senso di straniamento.

Non esiste un mostro in “Weapons” poiché l’orrore nasce dalla violenza umana, dalle relazioni tossiche, dalle dinamiche di potere che degenerano facendo sì che il film non risulti del tutto un horror, a tratti sembra una fiaba nera, in altri momenti una commedia nera con tanti evidenti cenni a Stephen King.

“Weapons” è veramente difficile da descrivere, anche se riempissi questa recensione di spoiler sarebbe difficile spiegare perché il film funziona e può risultare una novità in un periodo in cui l’horror non abbonda di grandi idee innovative. 

La narrazione non lineare in stile “Rashomon” aiuta i vari personaggi e le loro storie a dispiegarsi in qualcosa di unico e possiamo così vedere tutta la vicenda dal punto di vista di ogni personaggio. La struttura narrativa è senza ombra di dubbio il tassello fondamentale di “Weapons” ed è quello che funziona al meglio rallentando la rivelazione e mantenendo lo spettatore in sospeso fino al momento in cui viene svelato tutto ciò che è accaduto in questa cittadina.

Nonostante l’argomento un po’ oscuro del film, Zach Cregger sa quando inserire parti di umorismo, in gran parte derivante dalla reazione quasi indifferente della protagonista agli strani eventi che si susseguono nella cittadina. Non è però un film ricco di battute, si ride sì ma di una comicità grottesca soprattutto nel finale che ti strappa delle risate a denti stretti ma subito dopo ti mette una incredibile tristezza addosso. Fin dall’inizio il film ti lascia in un costante senso di inquietudine senza abusare di jumpscare, ce ne sono giusto un paio che funzionano e che ammetto, mi hanno fatto sobbalzare dalla poltrona.

Dal punto di vista estetico, “Weapons” prosegue la via realista e sporca già sperimentata in “Barbarian”, le luci fredde, i silenzi improvvisi, la macchina da presa che indugia su spazi vuoti, il tutto concorre al fine di suggerire che l’orrore non è confinato in un mostro o in un luogo segreto ma è diffuso e parte del paesaggio. È l’orrore sociale, quello che nasce dall’essere immersi in una cultura che idolatra la forza distruttiva.

Dopo “Barbarian”, “Weapons” conferma il grande talento di Zach Cregger come uno dei più interessanti autori del nuovo cinema horror americano. Non è un film facile, non è un film che si consuma in una serata leggera ma è un film che ti conquista e ti rimane addosso dopo i titoli di coda lasciandoti tante domande perché alla fine quella che ti lascia più devastazione addosso è semplicemente: “Se tutto può diventare un’arma, allora quanto siamo al sicuro da noi stessi”?


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