La fine di Oak Street (2026)

Articolo a cura di Dani Ironfist

LA FINE DI OAK STREET (2026)

David Robert Mitchell è uno di quei registi che, fin dal primo film, hanno dimostrato di avere qualcosa da dire e, soprattutto, un modo molto personale per dirlo. Il suo esordio, “It Follows”, rimane per me uno dei migliori horror degli ultimi vent’anni e probabilmente anche qualcosa in più. Un film capace di prendere una premessa semplice e trasformarla in un incubo straniante, sospeso tra paura, paranoia e inquietudine, grazie a una regia elegante e a un’atmosfera difficilissima da dimenticare.

Poi è arrivato “Under the Silver Lake”, un film completamente diverso ma altrettanto affascinante, folle e stratificato, che ho adorato proprio per la sua capacità di perdersi nei meandri delle proprie ossessioni. Mitchell sembrava uno di quegli autori da seguire a prescindere, perché anche quando usciva dai territori dell’horror riusciva a costruire qualcosa di profondamente personale.

Ed è forse proprio per questo motivo che La fine di Oak Street mi ha lasciato addosso una certa delusione. Non perché sia un brutto film. Anzi. Il problema, almeno per me, è che da Mitchell mi aspettavo qualcosa in più.

Ci sono ancora quelle piccole schegge di regia che fanno immediatamente pensare al suo cinema: alcune inquadrature, determinati movimenti di macchina, il modo in cui costruisce la tensione e soprattutto quella capacità di far percepire qualcosa di anomalo anche quando, apparentemente, non sta succedendo nulla. Sono momenti nei quali si riconosce il regista di “It Follows” e “Under the Silver Lake”.

Il problema è che, questa volta, sembrano quasi lampi all’interno di un film che procede con un ritmo che ho trovato spesso troppo fiacco.

Il film racconta di un evento cosmico che trasporta un intero quartiere degli anni ’80 indietro di 200 milioni di anni. Una famiglia in crisi deve lottare per sopravvivere tra i dinosauri.

Eppure, “”La fine di Oak Street” riesce comunque a divertire. La sua componente più giocosa funziona e il film non si prende mai completamente sul serio. Anzi, è proprio questa sua natura un po’ folle a renderlo piacevole da seguire, anche quando la narrazione sembra rallentare più del necessario.

E poi ci sono gli anni ’80, praticamente ovunque.

Mitchell costruisce un vero e proprio piccolo luna park della nostalgia, disseminando il film di riferimenti, atmosfere e suggestioni che sembrano arrivare direttamente da quell’immaginario cinematografico. Per chi, come me, è cresciuto con quel cinema, è difficile non lasciarsi coinvolgere almeno un po’. A tratti viene quasi voglia di fermare il film per cercare di riconoscere l’ennesimo omaggio.

E qui arriva forse il mio dubbio più grande. J.J. Abrams, tra i produttori del film, è un nome che associo inevitabilmente a una certa idea di cinema nostalgico, soprattutto a quel continuo recupero dell’immaginario degli anni ’80 che negli ultimi anni è diventato quasi un marchio di fabbrica.

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“La fine di Oak Street” è immerso fino al collo proprio in quell’immaginario di periferia americana, famiglia in crisi, mistero, ragazzini, avventura, creature mostruose e una quantità impressionante di richiami al cinema di quel decennio.

Il problema è che, in alcuni momenti, ho avuto la sensazione che la nostalgia finisse per prendere il sopravvento sull’identità di Mitchell. Non so quanto sia effettivamente imputabile ad Abrams e quanto invece sia una precisa scelta dello stesso regista che comunque figura anche tra i produttori ma il risultato mi è sembrato a tratti più vicino a un prodotto costruito attorno al ricordo del cinema anni ’80 che a un film capace di reinterpretarlo davvero attraverso lo sguardo di Mitchell.

“La fine di Oak Street”, quindi, è un film che mi ha lasciato un po’ combattuto. Da una parte riconosco la mano di Mitchell e ci sono momenti nei quali il suo talento visivo emerge chiaramente; dall’altra non posso fare a meno di pensare a quanto mi avessero conquistato i suoi primi due film.

Forse il problema è proprio questo: quando un regista ti ha regalato un capolavoro come “It Follows” e un oggetto così particolare come “Under the Silver Lake”, inevitabilmente alzi l’asticella. Questa volta, per me, quell’asticella rimane un po’ troppo bassa e non basta neanche una sempre splendida Anne Hathaway che buca lo schermo. Ma il film comunque diverte, ha delle belle intuizioni, una notevole dose di nostalgia e qualche momento nel quale Mitchell torna a ricordarci perché lo abbiamo amato. Non il suo film migliore, almeno per me. Ma nemmeno una bocciatura. Più che altro, la sensazione di essere uscito dalla sala pensando: “Da te, caro David Robert Mitchell, mi aspettavo qualcosa di più”.


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