Articolo a cura di Dani Ironfist


IL PIANETA DELLE SCIMMIE (1968)
Nel 1968 usciva uno dei film più importanti del cinema di fantascienza e non solo, un film che negli anni avrebbe generato una delle saghe più prolifiche della settima arte con quattro sequel, due serie televisive, fumetti fino ad arrivare ai più recenti remake (2001 di Tim Burton) e svariati prequel.
Stiamo parlando naturalmente del cult diretto da Franklin J. Schaffner, “Il pianeta delle scimmie” (Planet of the Apes) interpretato da Charlton Heston. Un grande cult entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo soprattutto per la sequenza finale, sequenza annoverata tra le più potenti della storia del cinema.

“Il pianeta delle scimmie” non è soltanto un classico della fantascienza, ma un’opera che ha saputo trasformare un racconto d’avventura in una riflessione sulla natura umana e sul potere. Uscito in un periodo storico attraversato da tensioni politiche, conflitti ideologici e paure nucleari, il film riesce a farci percepire le ansie profonde della fine degli anni Sessanta e le traduce in un’allegoria tanto semplice quanto devastante. L’idea di partenza, un astronauta che atterra su un pianeta dominato da scimmie intelligenti mentre gli esseri umani sono ridotti a creature primitive, è già di per sé un rovesciamento radicale dell’ordine naturale ma ciò che rende l’opera memorabile è il modo in cui questo ribaltamento viene messo in scena e caricato di significati simbolici.

“Il Pianeta delle Scimmie” ha acquisito una presenza così potente nella cultura popolare con frequenti riferimenti ai suoi momenti più iconici. “Toglietemi le zampe di dosso” e la scena finale sono radicati nella nostra coscienza collettiva, si inseriscono perfettamente nel clima politico e sociale dell’epoca in cui il fim uscì, riusciva ad incutere la paura che la nostra politica potesse esplodere come una palla di fuoco che avrebbe distrutto l’intera umanità poiché gli esseri umani non sembravano mai andare d’accordo.
L’aspetto più inquietante non è tanto che le scimmie si comportino come gli uomini, ma che lo facciano replicandone i difetti: censura, paura del diverso, repressione del pensiero critico. Il processo a Taylor è uno dei momenti più emblematici, perché mette in scena l’assurdità di un sistema che rifiuta l’evidenza pur di non mettere in discussione i propri dogmi. La forza del film sta anche nella sua messa in scena. Le scenografie spoglie e quasi astratte contribuiscono a creare un senso di straniamento, mentre la colonna sonora dissonante amplifica la sensazione di inquietudine. Il trucco, straordinario per l’epoca, non è un semplice effetto tecnico, ma uno strumento espressivo: permette agli attori di restituire umanità alle scimmie, rendendo ancora più incisivo il confronto con uomini ridotti a bestie.

A distanza di decenni, “Il pianeta delle scimmie” continua a esercitare il suo fascino perché tocca un nervo scoperto: la fragilità della civiltà. Sotto la superficie di progresso e razionalità, si nasconde la possibilità costante della regressione. Il film ci insegna che la barbarie non è un residuo del passato, ma una potenzialità sempre presente. Ed è proprio questa consapevolezza, più ancora del celebre colpo di scena finale, a renderlo un’opera inquietante e necessaria.
Il film è in programma a Extra SciFi Festival il 13 marzo alle ore 21,00 presso il Cinema Nuovo San Michele a Verona.

Non siamo critici ma semplicemente una coppia appassionata di Cinema, abbiamo tirato su questo progetto con il solo intento di divulgare la settima arte, un tipo di arte quella del cinema che ormai sembra sempre più dimenticata e trattata con superficialità. Se ti piace il nostro progetto sostienici ed entra a far parte degli amici di Beyond the horror.
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