Articolo a cura di Dani Ironfist

ODISSEA (2026)
Ogni volta che un grande classico della letteratura approda sul grande schermo si ripete lo stesso copione: da una parte chi pretende una trasposizione fedele parola per parola, dall’altra chi considera l’adattamento cinematografico una nuova forma di racconto.
Eppure, la storia del cinema ci ha insegnato che molti dei film più importanti nati da opere letterarie hanno preso strade diverse rispetto ai testi originali. Basti pensare a “Shining” di Stanley Kubrick, profondamente distante dal romanzo di Stephen King, a “Blade Runner”, che ha trasformato il mondo creato da Philip K. Dick in qualcosa di completamente nuovo, o a “Il Signore degli Anelli” di Peter Jackson, che ha dovuto necessariamente modificare e reinterpretare l’immensa opera di Tolkien.
Per questo motivo credo sia sbagliato affrontare “Odissea” di Christopher Nolan con il solo metro della fedeltà assoluta al poema di Omero. Un adattamento non è una fotocopia, ma una visione. Il compito di un regista non è semplicemente illustrare un’opera già esistente, ma trovare un linguaggio cinematografico capace di restituirne l’anima.

Prima ancora di parlare del film, quindi, è necessario mettere da parte le tante polemiche nate ancora prima dell’uscita e concentrarsi sull’opera cinematografica. Perché la vera domanda non è quanto questa “Odissea” sia identica a quella immaginata quasi tremila anni fa da Omero, ma se Christopher Nolan sia riuscito a raccontare il viaggio di Ulisse attraverso il proprio sguardo.
E la risposta, almeno per quanto mi riguarda, è sì.
Nolan affronta il poema omerico non come una semplice avventura mitologica, ma come un viaggio profondamente umano. Il ritorno di Ulisse verso Itaca diventa un percorso interiore fatto di dolore, perdita, tentazioni e confronto con i propri limiti. Come spesso accade nel cinema di Nolan al centro dello spettacolo ci sono soprattutto gli uomini, con le loro fragilità e le loro ossessioni.

Il protagonista non è soltanto l’eroe astuto capace di sfidare mostri e divinità, ma un uomo segnato dalla guerra e dal peso delle proprie scelte. È un Ulisse (Matt Damon) che deve affrontare non solo ciò che incontra lungo il cammino, ma anche sé stesso.
Anche le discussioni sul casting, esplose ancora prima di poter giudicare il film, dimostrano quanto spesso il dibattito cinematografico contemporaneo rischi di fermarsi alla superficie. Alla fine, è il talento degli interpreti, la loro capacità di dare vita ai personaggi e di renderli credibili a determinare il risultato. Il cinema, prima di tutto, è emozione. Al di là delle inevitabili preferenze personali, possiamo dire innanzitutto che l’intero cast merita una menzione speciale, credo sia difficile trovare una prova fuori posto. Tutti gli interpreti affrontano i rispettivi ruoli con convinzione, riuscendo a dare anima e profondità a personaggi che il pubblico conosce da sempre. È proprio grazie alla qualità delle loro interpretazioni che, dopo pochi minuti, si smette di pensare alle polemiche o ai preconcetti e ci si lascia semplicemente trasportare dal racconto. Quando gli attori sono così credibili, il resto passa inevitabilmente in secondo piano. Spiccano su tutti Matt Damon, la sua prova potrebbe portarlo in corsa per gli Oscar, Samantha Morton nel ruolo di Circe è semplicemente stratosferica e sono ottime anche le prove di Anne Hathaway (Penelope) e Tom Holland (Telemaco). Ma, ripeto l’intero cast è su alto livello.

La sceneggiatura riesce a trovare un equilibrio tra la grandezza dell’epica e momenti più intimi e personali. Nolan non si limita a raccontare una serie di avventure, ma cerca di restituire il senso più profondo del viaggio: la ricerca di una casa, di un’identità e di un luogo a cui appartenere.
È però con l’incontro con Circe che “Odissea” raggiunge uno dei suoi momenti più sorprendenti e inquietanti. Senza entrare nei dettagli della scena, Nolan riesce a trasformare un episodio conosciuto del mito in qualcosa di profondamente disturbante. La forza della sequenza non sta soltanto nell’evento narrato, ma soprattutto nella sua messa in scena. La trasformazione diventa un momento quasi da incubo, dove il confine tra meraviglia e paura viene completamente abbattuto. L’atmosfera, le immagini e la tensione riescono a creare un senso di disagio che avvicina il film al cinema horror.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti dell’opera: Nolan dimostra che dietro un grande mito epico possono nascondersi elementi oscuri e inquietanti. Del resto, le leggende dell’antichità sono piene di mostri, metamorfosi e paure ancestrali, temi che appartengono da sempre anche al linguaggio dell’orrore.

Dal punto di vista tecnico siamo davanti a un’esperienza cinematografica pensata per il grande schermo. La scelta di utilizzare il formato IMAX e la pellicola 70 mm non appare come un semplice esercizio estetico, ma come parte integrante della visione di Nolan. Gli spazi immensi, il mare, i paesaggi e la potenza delle immagini restituiscono allo spettatore la sensazione di essere dentro il viaggio. È uno di quei film che ricordano quanto il cinema possa ancora essere un’esperienza fisica, capace di lasciare senza fiato quando viene vissuto in sala.
Arrivati alla fine del percorso, quello che rimane è la sensazione di aver assistito a un grande film. Non un’opera priva di difetti, perché anche i registi più importanti possono compiere scelte discutibili, ma un film dotato di una forza visiva e narrativa capace di andare oltre le proprie imperfezioni.

La grande abilità di Nolan sta proprio qui: nella capacità di creare un’esperienza così coinvolgente da far passare in secondo piano alcuni limiti. È una sensazione che ho provato anche con James Cameron e ai suoi Avatar: si possono discutere alcuni aspetti della narrazione, ma la forza della visione, la capacità di creare mondi e il coinvolgimento emotivo sono talmente potenti da trasformare il film in qualcosa di più della semplice somma delle sue parti.
E questo è il grande merito di “Odissea”. Nolan non sostituisce Omero e non pretende di riscrivere un mito che appartiene all’umanità da quasi tremila anni. Lo attraversa con il proprio linguaggio, con le proprie ossessioni e con la propria idea di cinema. Perché i miti continuano a vivere proprio grazie a questo: alla capacità di essere raccontati ancora, ogni volta in una forma nuova. E quando un regista riesce a farci guardare una storia conosciuta da secoli con occhi diversi, forse significa che il viaggio, in fondo, non è mai davvero finito.

Non siamo critici ma semplicemente una coppia appassionata di Cinema, non siamo sotto nessun editore e siamo totalmente indipendenti di conseguenza nessuno ci dice cosa e come dover scrivere. Ma per migliorare e rimanere sempre liberi abbiamo bisogno anche di te! Se ti piace il nostro progetto di divulgazione unisciti agli amici di Beyond the horror.
© Beyond the Horror Blog 2026

