Deathstalker (2025)

Articolo a cura di Dani IronFist

DEATHSTALKER (2025)

“Deathstalker” è uno di quei film che oggi sembrano quasi fuori tempo massimo, e forse è proprio questo il suo punto di forza più grande. Non perché cerchi di reinventare qualcosa, ma perché decide consapevolmente di non farlo. Rimane lì, in una dimensione che profuma di fantasy sporco, di cinema fisico, di creature che esistono davvero davanti alla macchina da presa. Ed è una scelta che si sente subito.

Perché questo non è un film che punta sulla costruzione narrativa o sull’epica moderna. È un film che punta tutto sull’impatto. Sulle immagini, sui corpi, sui mostri. E per me, che con i mostri parto sempre già coinvolto, è stato impossibile non entrarci dentro completamente. La cosa che funziona di più è proprio la presenza delle creature. Non sono mai un contorno, non sono un riempitivo digitale: sono il cuore del film. Hanno peso, consistenza, imperfezioni che diventano valore. Ogni volta che entrano in scena, il film si accende e trova la sua vera identità.

E tutto questo si sente tantissimo perché dietro c’è Steven Kostanski, uno che con le creature ci ha costruito praticamente tutta la sua identità. Se hai visto roba come “Manborg” o “Psycho Goreman” lo sai già: è uno che ama il cinema fatto di gomma, sangue finto e idee assurde. Anche quando si è spostato su qualcosa di più “serio” come “The Void”, quella cosa lì non l’ha mai persa, la materia, il corpo, il mostro come presenza reale. E questa identità è chiarissima: non c’è nessuna volontà di “ripulire” il genere, nessun tentativo di renderlo più accessibile o moderno. Qui si torna a un’idea di fantasy viscerale, quasi primitiva, dove tutto è eccesso, materia, sensazione.

La trama, in questo senso, è poco più di una struttura portante. Funziona, ma non è il motivo per cui sei lì. È un percorso lineare che serve a collegare momenti, incontri, situazioni. Ed è giusto così, perché il film non vive di svolte narrative ma di accumulo visivo.

“Deathstalker” è un reboot dell’omonimo film del 1983 (diretto da James Sbardellati) che reimmagina il classico Sword-and-Sorcery, seguendo il guerriero Deathstalker mentre combatte contro i Dreaditi, messaggeri del mago Nekromemnon che assediano il regno di Abraxeon. Dopo aver recuperato un amuleto maledetto, Deathstalker è marchiato dalla magia oscura e cacciato da assassini mostruosi, deve quindi cercare di rompere l’incantesimo e affrontare il male per sopravvivere.

È un fantasy che non ha nessuna intenzione di essere elegante. Anzi, sembra quasi rifiutare qualsiasi forma di pulizia visiva o narrativa per il semplice fatto che qui tutto è sporco, materico, tangibile. E questa cosa si sente soprattutto nei mostri, che sono il vero centro dell’esperienza. Non sono mai decorativi, non stanno lì a fare scena: esistono, occupano spazio, hanno peso. E ogni volta che entrano, il film cambia ritmo, si accende, diventa più vivo. Non è un film che guarda indietro con superiorità, non è un’operazione nostalgica costruita a tavolino. C’è invece un senso di appartenenza molto forte a quel tipo di cinema. Si percepisce che chi sta dietro la macchina da presa conosce bene questo linguaggio e lo utilizza in modo naturale, senza filtri. Anche quando il film esagera e lo fa spesso, non scivola mai nel vuoto e rimane sempre coerente con il suo mondo, con le sue regole, con la sua estetica. E questa coerenza gli permette di reggere anche nei momenti più sopra le righe.

Il protagonista stesso segue questa logica: non è un eroe epico nel senso classico, ma una figura più sporca, più istintiva, che si muove dentro un mondo che non controlla davvero. E questa cosa aiuta a mantenere tutto su un piano più concreto, più tangibile. Alla fine, quello che resta è un’esperienza molto chiara: un film che non cerca di piacere a tutti, ma che sa esattamente cosa vuole essere. E lo porta avanti fino in fondo, senza compromessi.

E oggi, in mezzo a un panorama spesso troppo controllato e levigato, una cosa del genere ha un valore enorme. Perché quando ami i mostri, quelli veri, quelli che occupano spazio e ti guardano negli occhi, film così non sono solo divertimento. Sono quasi una necessità.

Di seguito il trailer internazionale:


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