Articolo a cura di Alessandro Censi


DEAD RIGHT (1993)
Lo so, l’ultima recensione che ho pubblicato riguardava un film di Edgar Wright, e quella che state leggendo ora è di un cortometraggio dello stesso autore. Vi assicuro però che parlare di “Dead Right” è essenziale se si vuole davvero affrontare il discorso su Edgar Wright e capire cosa rende il suo stile così unico.
Quindi forse vi chiederete: perche allora non hai scritto prima questa recensione, brutto coglione? (Oh ho fatto anche la rima)
Semplice, perché non lo avevo ancora visto.
Quindi eccola a voi, sempre che esista davvero un “voi” a cui mi rivolgo.

La trama, in breve e in male.
La trama di “Dead Right” è molto semplice. C’è un poliziotto. C’è un criminale. Ci sono pistole, inseguimenti, tradimenti, dialoghi duri detti con facce serissime.
In pratica tutti gli ingredienti del film poliziesco – solo che qui sono frullati dentro la testa di un diciottenne.
La storia segue l’indagine e lo scontro con il “cattivo” di turno, che è un serial killer spietato e grottesco, come del resto lo è tutto ciò che accade nei 48 minuti di durata.
Il punto, pero, è seguire il poliziotto e vedere come arriva alla fine delle indagini: con sparatorie esagerate, momenti volutamente sopra le righe e una demenzialità che non può non farvi ridere (se non ridete, è perché avete passato i quaranta e allora i vostri problemi non sono certo non ridere davanti a un film di trent’anni fa diretto da un diciottenne)
La prima cosa che ho notato di “Dead Right” è che definirlo “cortometraggio” è quasi fargli un insulto, perché è in realtà qualcosa di diverso, di più libero, di più istintivo. Qualcosa che non rientra nei meccanismi di produzione, qualcosa che non deve per forza piacere, qualcosa che è molto personale.
È quasi, per ciò che si respira guardandolo, il primo vero film di un diciottenne che vuole semplicemente divertirsi a prendere per il culo i polizieschi. E proprio per questo può permettersi di sperimentare, di giocare con i cliché, di esagerare, di divertirsi – sì, lo ripeto – perché è questo il punto.
Potete notarlo anche voi nella foto qui sopra: quello a destra, con la pistola puntata alla testa (un’assonanza stavolta), è proprio un Edgar Wright diciottenne. Ditemi se secondo voi non si sta divertendo. Guardate quella faccia: non sembra anche a voi l’uomo più felice del mondo?
Lo stile che utilizza Wright è ancora embrionale, grezzo, quasi istintivo. Però si possono già notare molte delle caratteristiche che lo renderanno… beh, chi lo renderanno?
Il Wright che conosciamo oggi ovviamente.
Il ritmo sincopato.
L’uso comico della violenza.
Il montaggio che non si limita a raccontare, ma diventa esso stesso battuta.
È tutto ancora in fase larvale, certo. Ma c’è. E questo è forse l’aspetto più interessante: non stiamo guardando solo un esperimento adolescenziale, stiamo guardando un autore che sta iniziando a capire come divertirsi con il cinema – e, soprattutto, come farlo diventare il suo linguaggio.
Il fumetto diventa cinema.
Quello che è forse il tratto più evidente di Edgar Wright – ed è davvero sotto gli occhi di tutti – è il suo amore sproporzionato per i fumetti. Un amore che non si limita alla citazione, ma diventa grammatica visiva, ritmo.
Lo si vede in maniera lampante in “Scott Pilgrim vs. the World”, adattamento dell’omonima serie a fumetti di Bryan Lee O’Malley: lì il fumetto non è solo il materiale di partenza, è il linguaggio stesso del film. Le scritte che compaiono in scena, gli split screen, le onomatopee, i combattimenti che sembrano usciti direttamente da una tavola disegnata (questo argomento forse lo affronterò meglio e in maniera più approfondita in una prossima recensione, non lo so dipende da come mi gira.)
La cosa interessante è che questo impulso non nasce lì. È qualcosa che Wright si porta dietro da sempre, che si intravede già nei suoi lavori più acerbi – come se il cinema, per lui, fosse semplicemente un fumetto che ha imparato a muoversi.

È proprio ciò che vediamo nascere in “Dead Right”: Wright gioca con il cinema come se fosse un fumetto vivente. Il montaggio funziona come una serie di vignette, con stacchi secchi, ritmici, a volte quasi violenti, che creano un impatto visivo immediato. Ogni inquadratura diventa un pannello e le pause tra un taglio e l’altro ricordano lo spazio bianco tra le vignette, sottolineando azioni e battute con un ritmo che fa sorridere anche senza dialogo. Anche i personaggi sembrano usciti da una copertina pulp: pose rigide, silhouette iconiche, gesti e oggetti esagerati e simbolici, quasi come balloon visivi che enfatizzano l’azione.
Pistole, bottiglie e altri oggetti non servono solo a sparare o rompere cose: diventano icone grafiche che amplificano la comicità. I cliché dei polizieschi vengono presi, gonfiati e spinti fino all’assurdo: facce dure, dialoghi secchi, azioni improbabili… tutto funziona come in un fumetto, dove un’idea basta spingerla oltre per creare ritmo, esagerazione e humor.
È un effetto semplice ma potentissimo, che mostra già il talento di Wright nel fondere cinema e linguaggio del fumetto in un mix di ironia, ritmo punk e puro divertimento visivo.
Una piccola parentesi interessante è quella di “Ant-Man” (2015), ad Edgar Wright viene affidata la regia dell’omonimo film sul supereroe Marvel, direi scelta perfetta considerando tutto ciò che abbiamo detto finora e considerando che “Scott Pilgrim vs The World” era uscita da già cinque anni. Tuttavia, alla Marvel Studios succedono cose strane e spesso ambigue – tutte, ovviamente, legate alla volontà di massimizzare i guadagni con il minimo rischio creativo.
Divergenze sulla sceneggiatura portano Wright ad abbandonare il progetto: probabilmente lui voleva realizzare un film “alla Wright”, mentre la Marvel Studios puntava a qualcosa di più convenzionale.
Il risultato finale resta comunque un film carino, ma certo, non ai livelli che Wright avrebbe potuto raggiungere.
Provare divertendosi.
Giungo ora alla conclusione e voglio rivolgermi direttamente a chiunque stia leggendo (sempre ammesso che ci sia qualcuno) e abbia intenzione di girare il proprio primo cortometraggio o lungometraggio: divertitevi.
Fate trasparire la vostra voglia di fare e la vostra passione per questo mezzo allo spettatore, non complicatevi la vita con storie troppo complesse o che sono troppo difficili da realizzare con i pochi mezzi che avete a disposizione. Sperimentate, sbagliate, imparate e non abbiate paura di mostrare la vostra voce unica.
Collaborate con chi condivide la vostra passione e lasciatevi ispirare dal lavoro degli altri, perché il cinema è anche questo: osservare, assorbire e apprendere da ciò che vi sta intorno.
Chi ve lo dice? Uno come voi, un ragazzo di 23 anni con la vostra stessa passione per il cinema, che sta appena iniziando a capire come muoversi in questo mondo e che sicuramente incontrerà difficoltà… ma almeno ci proverà divertendosi.
Infine, vi consiglio caldamente di vedere “Dead Right”, perché in fondo il provarci divertendosi, é proprio ciò che vuole trasmetterci Edgar Wright.
Di seguito il cortometraggio originale:

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