La valle dei sorrisi (2025)

Articolo a cura di Dani Ironfist

LA VALLE DEI SORRISI (2025)

Parto subito dal fatto che ho amato sia “A Classic Horror Story” (diretto con Roberto De Feo) e il suo debutto in solitaria “Piove”. Soprattutto “Piove” mi aveva sorpreso per come raccontava il disagio giovanile inserendolo nel contesto horror, era una cosa che non si vedeva da tempo in Italia e già si notava il talento di Paolo Strippoli.

Con “La valle dei sorrisi” Strippoli fa un grande salto qualitativo mettendo in scena un film che viaggia su contrasti forti: tra comunità e isolamento, felicità apparente e dolore nascosto, innocenza e colpa. Strippoli prende un’idea che potrebbe sembrare già vista: un paese isolato che nasconde un rituale. Il tutto viene però reso vivo con una sensibilità concreta, fatta di corpi, sguardi, silenzi.

La storia ruota attorno a Sergio Rossetti (Michele Riondino), ex judoka, insegnante di educazione fisica con un passato che lo tormenta. Viene trasferito a Remis, un piccolo paese di montagna dove tutti sembrano stranamente sereni e sorridenti, quasi ovattati da un’apparenza di benessere. Qui incontra Matteo Corbin (Giulio Feltri), ragazzo introverso che ha l’abilità misteriosa e terrificante di assorbire il dolore altrui. Gli abitanti, ogni settimana, partecipano a un rituale: uno per uno abbracciano Matteo per liberarsi del proprio dolore.

Quel che succede da lì in poi è un lento dipanarsi di tensione: Sergio si trova a voler “salvare” Matteo, a voler rompere quel meccanismo che, pur doloroso, è anche per la comunità una forma di tregua ma resta da vedere se liberare significa anche distruggere, se il bene individuale può scontrarsi con il bisogno di appartenenza della collettività.

Strippoli costruisce un horror rarefatto, dove la tensione non nasce dal sangue ma dal silenzio. È un film che non spaventa, ma disturba — nel senso più nobile: ti costringe a guardare dentro ciò che preferiresti ignorare. La valle, con la sua luce fredda e i suoi sorrisi forzati, diventa una metafora perfetta della società contemporanea: un luogo dove la felicità è un obbligo e la tristezza un difetto da cancellare. Michele Riondino dà a Sergio la stanchezza e la fragilità di chi vorrebbe salvare qualcuno, ma forse non sa salvare nemmeno sé stesso. E Giulio Feltri, nei panni di Matteo, è commovente nella sua dolcezza rassegnata, nel suo essere vittima e simbolo insieme.

Dal punto di vista tecnico, “La valle dei sorrisi” è un film sorprendentemente coerente e maturo, soprattutto se consideriamo quanto sia facile, nel cinema italiano contemporaneo, cadere nella trappola dell’estetica “festivaliera” o del realismo di maniera. Paolo Strippoli sceglie una via diversa: costruisce un linguaggio visivo preciso, dove ogni movimento di macchina, ogni silenzio e ogni taglio di luce servono a raccontare il tema centrale, la repressione del dolore e la serenità come costruzione artificiale.

La regia lavora sul ritmo e sulla densità delle immagini più che sull’azione. Strippoli evita volutamente i picchi drammatici immediati, preferendo una tensione costante e insinuante. I suoi movimenti di macchina sono lenti, calcolati, spesso in carrellata o in leggera panoramica: sembra che la camera “spii” la comunità, senza mai invadere troppo lo spazio dei personaggi. È una regia che guarda, più che mostrare, e questo crea quella sensazione di disagio che cresce nel tempo. C’è una scelta evidente di tenere lo spettatore dentro un punto di vista ambiguo, non del tutto immerso, ma nemmeno esterno e questa ambiguità visiva diventa una parte del racconto stesso. Un altro aspetto interessante della regia è la gestione del fuori campo: ciò che non vediamo è spesso più potente di ciò che viene mostrato. I riti, gli abbracci, i momenti di dolore sono filmati con una sorta di pudore inquietante. I suoni ambientali, vento, passi, respiro, diventano parte integrante della messa in scena, amplificando la tensione in assenza di una colonna sonora invadente.

In definitiva, La valle dei sorrisi funziona tecnicamente perché tutte le sue componenti, regia, fotografia e sceneggiatura, lavorano nella stessa direzione. Strippoli costruisce un cinema che non cerca di stupire ma di insinuarsi, che non vuole spiegare ma far percepire. È un equilibrio fragile ma coerente, dove la bellezza delle immagini non è mai decorativa, bensì necessaria.

“La valle dei sorrisi” è un film sul dolore condiviso e sulla paura di sentire davvero, uno di quelli che ti fanno uscire dal cinema più silenzioso di come sei entrato.


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