Il futuro è ancora nelle nostre mani: Terminator 1&2

Articolo a cura di Dani Ironfist

IL FUTURO È ANCORA NELLE NOSTE MANI – TERMINATOR 1&2

Ci sono film che ricordiamo per quello che raccontano e altri che finiscono inevitabilmente per legarsi a un momento della nostra vita. Terminator, per me, appartiene a entrambe le categorie.

Era il 1985 quando lo vidi al cinema insieme a mio padre. A distanza di oltre quarant’anni quel ricordo è ancora lì e probabilmente contribuisce al rapporto particolare che continuo ad avere con il film. Ma sarebbe troppo semplice ridurre tutto alla nostalgia. Perché “Terminator”, rivisto oggi, rimane un’opera impressionante, uno di quei film capaci non soltanto di resistere al tempo ma di sembrare, sotto certi aspetti, ancora più inquietanti. E adesso che “Terminator 2 – Il giorno del giudizio” torna al cinema restaurato in 4K per il suo 35° anniversario, viene quasi naturale tornare all’origine. Ai due film di James Cameron che, insieme, formano uno dei dittici più straordinari della fantascienza moderna.

E c’è una coincidenza che rende questo ritorno ancora più suggestivo: sabato sarà 29 agosto, la data che nell’universo di Terminator segna il Giorno del Giudizio. Quel 29 agosto 1997 che per Sarah Connor rappresentava il punto di non ritorno dell’umanità. Trentacinque anni dopo, T2 torna quindi nelle sale proprio nel fine settimana del suo Judgment Day. Il primo “Terminator” è, per me, un capolavoro e un autentico capostipite. Catalogarlo semplicemente come fantascienza gli sta persino stretto, perché Cameron costruisce qualcosa di molto più contaminato. C’è naturalmente la fantascienza, ma c’è moltissimo noir e, soprattutto, c’è un’anima horror che attraversa praticamente tutto il film.

Il Terminator interpretato da Arnold Schwarzenegger è una macchina, ma cinematograficamente funziona quasi come il mostro di uno slasher. Non si può convincere, non si può impietosire, non si può fermare. Puoi scappare, rallentarlo, ferirlo, apparentemente distruggerlo, ma lui continuerà ad avanzare. È la morte trasformata in tecnologia.

Ed è proprio questa essenzialità a renderlo ancora oggi terrificante. Cameron non ha bisogno di spiegare continuamente la minaccia: gli basta mostrarcela mentre cammina.

Anche visivamente il film conserva una ruvidità che adoro. La Los Angeles notturna, le strade, i locali, le luci artificiali, il senso di solitudine restituiscono un’atmosfera profondamente noir. Kyle Reese e Sarah Connor sembrano continuamente braccati non soltanto dal Terminator, ma dalla città stessa. E sopra tutto incombe un futuro che ancora non esiste e che tuttavia sembra avere già contaminato il presente.

Poi ci sono immagini impossibili da dimenticare. Una delle mie preferite rimane la scena in cui il Terminator si apre il braccio e interviene direttamente sul proprio corpo. È una sequenza che ancora oggi trovo incredibile. La carne viene letteralmente ridotta a involucro e sotto di essa scopriamo la macchina. Fantascienza e body horror si incontrano in pochi minuti: il corpo umano non è più il confine dell’identità, è soltanto una maschera applicata sopra qualcosa di completamente diverso. Ed è curioso pensare a come Cameron ribalterà proprio questo concetto sette anni dopo. Perché “Terminator 2” compie una cosa che pochissimi sequel sono riusciti a fare: riprende l’originale, ne aumenta enormemente dimensioni e ambizioni e contemporaneamente cambia prospettiva senza distruggerne l’identità.

“T2” fu anche un film incredibilmente innovativo per il suo periodo. Gli effetti speciali erano qualcosa di sbalorditivo, soprattutto nella rappresentazione del T-1000 e della sua capacità di trasformarsi, deformarsi e ricomporsi. Immagini che all’epoca sembravano quasi impossibili e che, cosa ancora più sorprendente, a trentacinque anni di distanza non risultano affatto invecchiate. Cameron utilizzava la tecnologia non semplicemente per stupire lo spettatore, ma perché diventasse parte integrante del racconto e del personaggio. Il risultato conserva ancora oggi una concretezza e una forza visiva impressionanti. Ed è forse proprio questa una delle caratteristiche che permettono a “Terminator 2” di attraversare così bene il tempo: fu un film tecnologicamente all’avanguardia, ma non dipendeva soltanto dalla tecnologia.

Personalmente continuo a considerarlo lievemente inferiore al primo. Mi manca quella dimensione sporca, notturna, quasi horror di “Terminator”. Ma se dovessi indicare uno dei migliori sequel della storia del cinema, se non addirittura il migliore, Terminator 2 sarebbe inevitabilmente tra i primissimi titoli. Cameron prende la macchina assassina del primo film e la trasforma nel protettore.

E qui avviene qualcosa di molto più interessante del semplice ribaltamento buono/cattivo. Attraverso il rapporto tra John Connor e il T-800, una macchina comincia progressivamente a comprendere l’essere umano, mentre gli esseri umani sembrano avviarsi verso una progressiva disumanizzazione. Sarah è l’esempio più doloroso.

La ragazza impaurita del primo film non esiste praticamente più. È diventata una guerriera, ossessionata da ciò che sa che accadrà. Ha visto il futuro prima di tutti gli altri e questa conoscenza l’ha consumata. Nel tentativo di impedire alle macchine di sterminare l’umanità, arriva pericolosamente vicina a comportarsi proprio come una macchina: identifica un bersaglio, lo raggiunge e deve eliminarlo perché la sua esistenza rappresenta una minaccia futura. Ed è qui che “T2” smette definitivamente di essere soltanto uno spettacolare film d’azione.

“Il futuro, di nuovo ignoto, scorre verso di noi, e io lo affronto per la prima volta con un senso di speranza, perché se un robot, un Terminator, può capire il valore della vita umana, forse potremo capirlo anche noi.”

La domanda non è più semplicemente come possiamo fermare Skynet, ma che cosa ci renda realmente umani. Paradossalmente è proprio il Terminator a fornire una possibile risposta.

Osservando John, impara. Non diventa umano nel senso letterale del termine, naturalmente, ma comincia a comprendere qualcosa che la sua programmazione non prevedeva. Il valore della vita, il dolore, l’affetto, il sacrificio. E mentre una macchina scopre lentamente questi concetti, l’umanità continua a costruire gli strumenti della propria distruzione. È anche per questo che oggi “Terminator 2” appare tremendamente profetico.

Non tanto perché Cameron abbia previsto esattamente il nostro presente, quanto perché aveva intuito una contraddizione fondamentale: l’uomo sviluppa tecnologie sempre più potenti senza necessariamente sviluppare con la stessa velocità la capacità morale di gestirle. Skynet, in fondo, non arriva dallo spazio. La costruiamo noi.

Ed è forse questo l’aspetto più inquietante dell’intera saga. Le macchine non rappresentano un’invasione aliena. Sono il risultato delle nostre scelte. L’apocalisse di “Terminator” nasce dalla convinzione di poter controllare qualsiasi cosa venga creata.

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Oggi, in un mondo nel quale l’intelligenza artificiale è entrata concretamente nella nostra quotidianità, è difficile non guardare “Terminator 2” con occhi differenti. Quella che allora poteva apparire come una grande suggestione fantascientifica ha inevitabilmente assunto un significato diverso, anche se sarebbe riduttivo leggere il film come una semplice profezia sull’avvento dell’IA. Il punto rimane soprattutto il rapporto tra l’uomo e ciò che è capace di creare, e la responsabilità che deriva dal mettere al mondo qualcosa che potrebbe un giorno sfuggire al nostro controllo.

A questo proposito mi sento di consigliare “Horror ex Machina – Intelligenze artificiali, robot e androidi nel cinema dell’orrore tecnologico” di Fabio Malagnini, un libro che ho trovato estremamente interessante e soprattutto molto documentato. Non è propriamente un libro di cinema, o almeno non soltanto: i film citati sono numerosi, così come i riferimenti ad autori fondamentali, ma diventano parte di un discorso molto più vasto sull’intelligenza artificiale, sulla tecnologia e sul nostro rapporto sempre più complesso con la macchina. Una lettura che offre parecchi spunti di riflessione e che consiglio senza esitazioni a chi trova affascinanti questi temi. Ma Cameron non conclude il film con un messaggio tecnofobico. Ed è probabilmente questa la cosa più bella.

“Terminator 2” non ci dice che la tecnologia è il male e nemmeno che il futuro è inevitabilmente destinato alla catastrofe. Dice esattamente il contrario: il futuro non è ancora scritto. È un concetto presente in tutto il film, ma acquista pienamente significato nel finale.

Il T-800 comprende che per impedire la nascita di Skynet deve essere distrutto anche lui. Non può farlo autonomamente e chiede quindi a Sarah di calarlo nell’acciaio fuso. John cerca disperatamente di impedirglielo. Quella che nel primo film era una macchina programmata esclusivamente per uccidere adesso arriva al sacrificio.

E poi arriva quel gesto. Il pollice alzato.

Un’immagine semplicissima che riesce ancora oggi ad avere una forza emotiva enorme, perché conclude il percorso più paradossale possibile: una macchina ha imparato il valore della vita osservando gli esseri umani.

Ed è proprio da quella macchina che Sarah ritrova infine la speranza nell’umanità. La strada scorre nel buio mentre la sua voce accompagna le ultime immagini. Il futuro che per tutto il film sembrava già stabilito diventa improvvisamente sconosciuto. E questa volta l’ignoto non fa paura. Significa che esiste ancora una possibilità. Forse è questo il vero cuore di “Terminator 2” e il motivo per cui, trentacinque anni dopo, continua a essere qualcosa di molto più grande di un blockbuster perfettamente costruito.

Possiamo creare qualcosa capace di distruggerci. Possiamo commettere errori enormi. Possiamo convincerci che sia ormai troppo tardi per tornare indietro. Ma finché siamo capaci di imparare, possiamo ancora cambiare direzione.

Il primo “Terminator” ci mostrava un futuro che veniva a cercarci.

“Terminator 2” ci dice che possiamo ancora impedirgli di arrivare.

Ho avuto la fortuna di vedere entrambi questi film al cinema. Oggi, dopo tutti questi anni, poter rivedere “Terminator 2” sul grande schermo ha inevitabilmente un sapore particolare. Sono passati decenni, il cinema è cambiato e quella tecnologia che allora sembrava appartenere a un futuro lontanissimo è ormai parte del nostro presente.

Eppure, il messaggio di Cameron è rimasto sorprendentemente intatto. Non esiste un destino se non quello che costruiamo con le nostre mani. Forse è per questo che abbiamo ancora bisogno di Terminator. E forse è per questo che il futuro, nonostante tutto, continua a essere nelle nostre mani.


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